Consigliere regionale dell'Emilia-Romagna, Presidente Commissione Politiche Economiche
Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna

Via Aldo Moro, 50 - 40127 Bologna - tel.051 6395216 - fax 051 6395300 - dzoffoli@regione.emilia-romagna.it




Profilo Facebook di Damiano Zoffoli

www.flickr.com


Parola di Damiano Zoffoli
Damiano Zoffoli è il Barack Obama romagnolo

Naviga sul WebLog
< settembre 2010 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
     
             

Cerca per parola chiave
 



Titolo
Quali ritieni sia le priorità, per la prossima legislatura, in Emilia-Romagna?

 una nuova alleanza tra agricoltua e turismo
 un piano d'azione per gli adolescenti e i giovani
 il sostegno alle responsabilità familiari
 ricerca, innovazione e green economy



 
Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Damiano Zoffoli (del 05/11/2009 @ 00:01:08, in TESTIMONI, linkato 129 volte)

5 novembre 2009.

A vent'anni dalla sua scomparsa, vivono nei nostri cuori, il suo ricordo e la sua testimonianza.

 
Di Damiano Zoffoli (del 22/06/2009 @ 12:33:04, in TESTIMONI, linkato 98 volte)

"Costruire la città dell’uomo a misura d’uomo".

(...) Con l’espressione «costruire la città dell’uomo a misura d’uomo», mi sembra più facile cogliere – e aiutare a cogliere – il significato e valore di un impegno cui ogni uomo, in una misura o in un’altra, in un modo o in un altro, in quanto uomo, non può sottrarsi senza diminuire o perdere il senso del proprio essere uomo. Dire, infatti, «città dell’uomo a misura d’uomo», è subito porre l’uomo al suo posto e si può su di esso fissare l’attenzione come su colui dal quale la città prende vita e verso il quale la città è volta come a proprio fine. Perché dico che è porre l’uomo al suo posto? Anzitutto, devo precisare che, quando parlo di «città», non penso solo a quell’aggregato umano che, oggi, per le sue dimensioni di territorio e di popolazione, siamo soliti chiamare con questo nome. Con tale termine intendo ogni aggregato umano: dal primitivo e più piccolo, alla moderna metropoli, all’insieme degli aggregati che formano una nazione, all’insieme delle nazioni che formano l’umanità intesa quale insieme degli uomini legati da qualunque minimo vincolo, espressione della coscienza di una loro relazione in vista della loro solidarietà. Di queste città - nessuna esclusa - è punto di partenza o attore l’uomo. E lo è in quanto irriducibile a essere solo individuo, ma in quanto persona. Infatti, anche un sasso, una pianta, un animale è individuo, ma non persona. Dicendo così non nego che una persona sia individuo, dico che non basta essere individuo per essere persona. Sia sufficiente aggiungere che il concetto di persona implica, nell’individuo, presenza della realtà spirituale (l’anima, diciamo solitamente, per l’uomo) che, per sua natura, è realtà aperta. Realtà per la quale la «relazione con» è componente caratteristica del suo essere e del suo divenire. È attraverso una rete di «relazioni con» che l’uomo si fa uomo, che cresce come uomo. Si tratta della «relazione con» che, sul piano orizzontale, va da quella familiare, nella quale si colloca la sua origine, a quella che, per cerchi e intrecci vari, tocca l’orizzonte dell’umanità, e, sul piano verticale, quella con il mondo sovrumano della trascendenza e con il mondo subumano. È proprio questo processo di relazionalità, che parte dall’uomo e mira all’uomo, che vuol mettere in luce l’espressione «città dell’uomo a misura d’uomo». (...)

Giuseppe Lazzati è stato senza dubbio una delle figure più autorevoli del laicato cattolico italiano del Novecento. Professore a lungo impegnato nella realtà ecclesiale e culturale italiana, uomo fedele nel servizio alla Chiesa, ma libero, ha mostrato per l’intero corso della sua vita uno straordinario carisma di educatore di coscienze giovanili. In lui fu costante la tensione, unita al fattivo impegno, per una crescita dei laici cristiani in “maturità”, cioè in consapevolezza della propria vocazione, da interpretare innanzitutto come dedizione responsabile e competente alle “realtà temporali” (famiglia, lavoro, cultura, politica, ...), per "ordinarle secondo Dio" (Lumen Gentium, 31). Non esitò, da ufficiale degli Alpini, a rifiutare le compromissioni con la Repubblica Sociale Italiana, ben conoscendo il prezzo da pagare per una simile scelta: la deportazione nei lager tedeschi. La molteplicità dei compiti da lui svolti (dall’insegnamento universitario di Letteratura Cristiana Antica, all’attività politica - fu membro dell’Assemblea Costituente e parlamentare nella prima legislatura -; dalla direzione del quotidiano cattolico "L’Italia" alla carica di Rettore dell’Università Cattolica) può essere unificata intorno a un’idea conduttrice, via via precisatasi nell’articolazione dei suoi significati e implicanze: il servizio, pur sotto diverse forme, all’edificazione della città dell’uomo, a misura d’uomo. Per questo gravoso, ma affascinante impegno, Lazzati reputava indispensabile il ruolo dei laici cristiani, ruolo da assolvere, fra l’altro, in ossequio ai criteri di laicità e di dialogo nel pluralismo. Ricordare, a cento anni dalla nascita, la figura e la lezione lazzatiana significa confrontarsi con l’eredità di una testimonianza e di un pensiero in grado ancora oggi d’illuminare evangelicamente il cammino del laicato e, più in generale, della comunità ecclesiale, sempre insidiato dallo spirito di adattamento alle logiche mondane del potere, dell’avere, del piacere.

Puoi scaricare il testo "FARE POLITICA DA CRISTIANI OGGI" cliccando qui sotto.

 

“Rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi”

Estratto da un articolo di Aldo Moro pubblicato su Il Giorno del 10 aprile 1977.

(…) Possiamo tutti insieme, dobbiamo tutti insieme sperare, provare, soffrire, creare, per rendere reale, al limite delle possibilità, sul piano personale come su quello sociale, due piani appunto che si collegano e si influenzano profondamente, un destino irrinunciabile che segna il riscatto dalla meschinità e dell’egoismo. In questo muovere tutti verso una vita più alta, c’è naturalmente spazio per la diversità, il contrasto, perfino la tensione. Eppure, anche se talvolta profondamente divisi, anche ponendoci, se necessario, come avversari, sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità ed il dovere di andare più lontano e più in alto. La diversità che c’è tra noi non ci impedisce di sentirci partecipi di una grande conquista umana. Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino; è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo. La pace civile corrisponde puntualmente a questa grande vicenda del libero progresso umano, nella quale rispetto e riconoscimento emergono spontanei, mentre si lavora, ciascuno a proprio modo, ad escludere cose mediocri, per fare posto a cose grandi. (…)


In occasione del “Giorno della memoria” dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice, che simbolicamente si celebra il 9 maggio, anniversario dell'uccisione di Aldo Moro, vorrei condividere con voi questa breve riflessione.

Sessant’anni fa anni fa una generazione di italiani si trovò a dover ricostruire dal nulla, e in condizioni difficilissime, un Paese distrutto moralmente e materialmente. Lo seppe fare salvando sempre il quadro democratico e costruendo le condizioni per un grande sviluppo economico. Fu una vicenda collettiva, che ha esaltato i valori della persona umana e ha fatto delle differenze e del pluralismo culturale una risorsa piuttosto che un limite, un'opportunità di crescita piuttosto che un freno, un'occasione di maturazione sociale e morale piuttosto che un impedimento e un vincolo.

Aldo Moro è stato protagonista di quella vicenda e resta un simbolo di quel periodo.

Insieme a pochi altri leaders della sua generazione comprese subito che nessuna cultura e nessuna forza politica poteva da sola essere espressione di tutto il Paese; che il futuro non poteva essere nelle mani di una parte sola; che nessuno poteva, nemmeno in nome delle ragioni più nobili, pretendere di egemonizzare la democrazia italiana e per questo fu promotore della democrazia del confronto, delle convergenze, della instancabile ricerca delle compatibilità.

Moro politico è colui che si sforza sempre di operare affinché la società italiana sappia riconoscere il valore del pluralismo; è colui che, con pazienza, fa della tolleranza e del rispetto delle idee di tutti l'asse dello sviluppo del Paese; sempre attento a cercare tutto ciò che potesse unire piuttosto che ciò che potesse dividere.

C’è molta attualità nella sua testimonianza politica, anche se viviamo in un tempo diverso.

L’attuale crisi economica mondiale si ripercuote anche sull’Italia, costringendoci a scelte talvolta dolorose ed in ogni caso ad una maggiore consapevolezza dell’interdipendenza economica mondiale e della necessità di individuare organismi e normative internazionali per regolare i mercati ed evitare speculazioni economiche a danno dei cittadini.

Il momento di difficoltà economica si interseca poi con un profondo malessere democratico che rischia di mettere a rischio la coesione sociale: la crisi della partecipazione e delle rappresentanze politiche. Una politica che fatica ad esprimere il volto più nobile di impegno a favore della comunità, una politica che sempre più spesso è diventata rappresentanza di interessi particolari, più che tentativo di raggiungimento del bene comune.

L’Italia è un paese che sta ancora cercando una propria identità di popolo, che torna a dividersi tra guelfi e ghibellini, tra laici e cattolici e che non ha ancora risolto pienamente le sue più antiche anomalie istituzionali e politiche, già intuite da Moro, relative al valore della democrazia dell’alternanza, al rispetto delle minoranze, al diritto e dovere degli elettori di giudicare e di sanzionare col voto chi non mantiene gli impegni presi.

Anche oggi, come sessant’anni fa, siamo chiamati a portare il Paese fuori da una delle più gravi crisi della storia, a promuovere l’Europa a livello economico e politico, a favorire la nascita di un governo delle nazioni a livello mondiale che possa preservare e realizzare benessere, ricchezza, pace e democrazia nel mondo.

Attraverso lo stile del dialogo e del confronto di Moro dobbiamo cambiare e migliorare l’Italia per farla diventare, come qualcuno ha scritto, “un paese normale”. Un paese più sobrio e democraticamente più partecipato, dove la politica non sia vissuta come un privilegio ma come un servizio alla comunità, dove maggioranza e opposizioni si rispettino, dove i diritti si coniughino ai doveri e al senso di responsabilità.

Ricordare oggi Aldo Moro significa saper raccogliere l'insegnamento di quella generazione, rispettarne i sacrifici e fare noi, oggi, la nostra parte, come loro la seppero fare ieri.

 
Di Damiano Zoffoli (del 18/01/2009 @ 18:02:11, in TESTIMONI, linkato 163 volte)

"A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà."

Novanta anni fa, il 18 gennaio 1919, la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano, fondato e guidato da Don Luigi Sturzo, lanciava l’Appello agli uomini liberi e forti, segnando la nascita Partito Popolare Italiano.

Era la prima volta che il movimento cattolico italiano si rivolgeva non solo alla Chiesa ed ai fedeli ma più genericamente ai liberi, intendendo con questa espressione tutto il Paese. Si poneva di fatto fine al “non expedit”, con l'ingresso dei cattolici nella vita politica attraverso un partito che si dichiarava laico e aconfessionale, democratico e costituzionale, di ispirazione cristiana.

Venivano fissati alcuni punti fondamentali rispetto alla fedeltà alla Chiesa, alla responsabilità coscienziosa e personale dell’azione civica, all’autonomia di elaborazione e partecipazione. Una precisa scelta, quella della piena autonomia dall'autorità ecclesiastica e della rinuncia a fregiare il partito del titolo di cattolico, per porsi con gli altri partiti sul comune terreno della vita civile.

La novità di Sturzo e del popolarismo è stata di riportare all'interno della società civile esigenze di libertà e di solidarietà che erano del mondo cattolico ma che egli riteneva dovessero e potessero divenire criteri anche di una politica democratica moderna, pensiero, questo, quanto mai attuale in momenti in cui una violenta crisi economica ci costringe a ripensare a stili di vita e comportamenti individualistici quotidiani.

Il sacerdote di Caltagirone poneva questioni fondamentali, che rimangono di stretta attualità: dal ruolo dello Stato, con attenzione alle autonomie locali, al tema della pace e del disarmo, dalla centralità delle formazioni intermedie come la famiglia, alla libertà di insegnamento, fino alla coniugazione fra istanze sociali, esigenze dei lavoratori, spirito cristiano e libertà.

Ecco perché l’Appello può ancora essere motivo di riflessione per tutti noi. Certo vanno tenute presenti le differenze tra il nostro tempo e quello di allora, ma vi sono elementi di fondo che permangono e che possono ancora illuminare il nostro impegno politico.

Puoi scaricare il testo integrale dell'APPELLO cliccando qui sotto.

 
Di Damiano Zoffoli (del 07/10/2008 @ 15:57:00, in TESTIMONI, linkato 249 volte)

"Si sta perdendo memoria di quel principio supremo espresso nel secondo comma dell’art. 1 della Costituzione che riguarda tutti i limiti e i confini stabiliti nel nostro ordinamento; quel principio è formulato così: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione."

E' morto, nei giorni scorsi, Leopoldo Elia, Presidente emerito della Corte Costituzionale, aveva 83 anni. Leopoldo Elia è stato l'undicesimo Presidente della Corte Costituzionale, eletto giudice della Consulta nell'aprile 1976, ricevette il primo mandato da presidente il 21 settembre del 1981 e fu riconfermato nel ruolo fino al 7 maggio del 1985. Come presidente della Consulta, Elia è stato relatore di importanti sentenze tra cui alcune in materia di libertà personale e religiosa, di diritto di famiglia, di diritto sindacale, di diritto elettorale. Accanto ai numerosi incarichi in veste di giurista, Elia ha avuto anche un ruolo nella politica italiana: dopo essere stato stretto collaboratore di Aldo Moro, nel 1986 entrò nella direzione nazionale della Dc e nel 1987 è stato eletto al Senato. Il suo impegno politico è poi proseguito nel Ppi e nella Margherita, con un seggio in Parlamento fino al 2006. Nel governo Ciampi, nel 1993, è stato ministro delle riforme istituzionali. Tra gli altri incarichi ha presieduto la Commissione affari costituzionali di palazzo Madama e ha fatto parte della Bicamerale per le riforme.

Puoi scaricare il testo della sua ultima inedita intervista: "I CONFINI INVALICABILI DELLA NOSTRA COSTITUZIONE", rilasciata alla rivista AREL e pubblicata su Europa di martedì 7 ottobre 2008, cliccando qui sotto.

 
Di Damiano Zoffoli (del 16/09/2008 @ 10:03:20, in TESTIMONI, linkato 247 volte)

"L’unica speranza è che il laicato cattolico ricordi di possedere un mandato, lo rivendichi e lo eserciti."

(...) Non è pensabile che l’agire del credente nella società si riduca a un problema di formazione delle opinioni, di opzioni organizzative, e magari di qualche scelta utilitaristica. Anch’io temo i danni che può fare l’oltranzismo laicista alla famiglia, oggi in condizioni quasi disperate. Non provo dunque scandalo se la Chiesa testimonia la propria visione del mondo e si batte perché diventi opinione generale. Però la Chiesa è una comunità ricca di spiriti e di intelligenze, dal più remoto convento di clausura alla più piccola associazione parrocchiale. I vescovi dovrebbero avere fiducia in questo immenso patrimonio. L’unica speranza è che il laicato cattolico ricordi di possedere un mandato, lo rivendichi e lo eserciti. (...)

E’ morto nei giorni scorsi a Bologna Achille Ardigò, 87 anni, cattolico, uno dei padri fondatori della sociologia italiana. Fu molto vicino a Giuseppe Dossetti che affidò proprio a lui la preparazione del programma – il Libro bianco su Bologna – con cui si presentò alle amministrative a Bologna nel 1956. In quelle pagine stanno temi di grande importanza, come è riconosciuto ancora oggi, specie per l’idea più innovativa: la riforma dei quartieri ed il decentramento amministrativo, proposta poi raccolta e realizzata dal Pci. Negli anni ’60 è stato tra i padri fondatori della Facoltà di Scienze Politiche a Bologna e della sociologia italiana, dove ha sviluppato diversi filoni di studio: dalla modernizzazione alla stratificazione sociale, dalla famiglia al welfare state, dalla sociologia della salute al volontariato, all’uso delle nuove tecnologie per innovare servizi sanitari e sociali. Studioso, docente, “padre” di un gruppo esteso di sociologi, dunque, ma anche intellettuale impegnato in politica e nella vita della Chiesa. In questo suo impegno militante, consapevole dell’importanza degli strumenti della “critica”, sta forse la sua testimonianza più forte per un’Italia migliore.

 
Di Damiano Zoffoli (del 30/05/2008 @ 14:21:30, in TESTIMONI, linkato 237 volte)

E' scomparso, nei giorni scorsi, Paolo Giuntella, noto a molti italiani come "quirinalista del TG 1".

Ma Paolo Giuntella è stato molto di più: giornalista, educatore, testimone degli ideali e dei valori del cattolicesimo democratico, figura unica di intellettuale.

Alcuni suoi libri "STRADA VERSO LA LIBERTA' - Il Cristianesimo raccontato ai giovani", "IL FIORE ROSSO - I testimoni, futuro del Cristianesimo", "L'ARATRO, L'IPOD E LE STELLE - Diario di viaggio di un laico cristiano" sono pubblicati dalle Edizioni Paoline. 

Puoi scaricare, cliccando qui sotto, il bel ricordo che ne hanno fatto due giornalisti, Marco Damilano ed Ennio Remondino, e un suo testo inedito: "Qualcosa che avrei voluto dirvi", scritto alcuni mesi fa, in occasione di un convegno a Camaldoli a cui non aveva potuto partecipare, pubblicato su Europa di giovedì 29 maggio. 

 
Di Damiano Zoffoli (del 16/04/2008 @ 16:52:35, in TESTIMONI, linkato 238 volte)

(...) C'è la possibilità di sviluppare una democrazia politica e sociale, attorno allo Stato dei partiti e dei sindacati, delle autonomie e delle riforme, della programmazione e della partecipazione. Tutto questo non richiede tanto accordi su modelli globali di società. Richiede invece l'accordo sulla definizione delle regole del gioco democratico, che fissi le responsabilità politiche per la progettazione del cambiamento e le responsabilità sociali per la gestione dei servizi, e che metta le une e le altre sotto il controllo effettivo, elettorale e non, delle masse e consenta ad esse di gestire direttamente i sacrifici per una nuova espansione. (...)

Vent'anni fa, a Forlì, Roberto Ruffilli veniva assassinato dalle Brigate Rosse.

Puoi scaricare un interessante articolo di Nicola Antonietti, pubblicato da EUROPA, martedì 15 aprile 2008, dal titolo "L'ARBITRO DELLA DEMOCRAZIA", cliccando qui sotto.

 

"Non abbiate paura. Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!"

Estratto dall'omelia pronunciata da Giovanni Paolo II domenica 22 ottobre 1978 per l'inizio del suo Pontificato.

(...) Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna. (...)


Ieri ricorreva il terzo anniversario della scomparsa di Giovanni Paolo II.

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!". In quel grido, in quelle parole, era già indicata la linea ispiratrice di tutto il suo Pontificato: la fortezza nella fede e il senso di responsabilità che animano un Vescovo nella sua alta missione devono portarlo a non avere paura quando si tratta di proclamare la verità, di difendere i valori e di difendere le persone.

Un Papa che la gente ha sentito vicino perché ha saputo comprendere i problemi, i dubbi, la ricerca di verità e di libertà che vi sono nel cuore umano.

È stato protagonista di cambiamenti epocali; abbandonato a un amore fedele ed eterno è stato capace di orientare i suoi passi e le sue scelte fra le tempeste della storia con l’audacia del profeta e la serena fiducia del contemplativo.

Ma è anche stato un uomo a cui tanti avevano imparato a guardare come a uno di famiglia, a un padre e a un amico. Il Papa della vita, dell’amore e della famiglia.

Lo voglio ricordare così, con questa bella foto che lo ritrae assieme ad un'altra coraggiosa testimone del nostro tempo: Madre Teresa di Calcutta. 

 

"Lo spirito di fratellanza nella politica come chiave dell'unità dell'Europa e del mondo"

Estratto del discorso pronunciato da Chiara Lubich nel novembre 2001 al convegno "1000 città per l'Europa".

(…) Si è capito, anzitutto, che esiste una vera vocazione alla politica. E’ una chiamata personale che emerge dalle circostanze e parla attraverso la coscienza. Chi crede vi avverte, con chiarezza, la voce di Dio che gli assegna un compito. Ma anche chi non crede si sente chiamato ad essa dall’esistenza di un bisogno sociale, da una categoria debole che chiede aiuto, da un diritto umano violato, dal desiderio di compiere il bene per la propria città o per la propria nazione. E la risposta alla vocazione politica è anzitutto un atto di fraternità: non si scende in campo, infatti, solo per risolvere un problema, ma si agisce per qualcosa di pubblico, che riguarda gli altri, volendo il loro bene come fosse il proprio. Il vivere così permette al politico di ascoltare fino in fondo i cittadini, di conoscerne i bisogni e le risorse; lo aiuta a comprendere la storia della propria città, a valorizzarne il patrimonio culturale e associativo: in tal modo arriva a cogliere, un po’ alla volta, la sua vera vocazione ed a guardare ad essa con sicurezza per tracciarne il cammino. Il compito dell’amore politico, infatti, è quello di creare e custodire le condizioni che permettono a tutti gli altri amori di fiorire: l’amore dei giovani che vogliono sposarsi e hanno bisogno di una casa e di un lavoro, l’amore di chi vuole studiare e ha bisogno di scuole e di libri, l’amore di chi si dedica alla propria azienda e ha bisogno di strade e ferrovie, di regole certe… La politica è perciò l’amore degli amori, che raccoglie nell’unità di un disegno comune la ricchezza delle persone e dei gruppi, consentendo a ciascuno di realizzare liberamente la propria vocazione. Ma fa pure in modo che collaborino tra loro, facendo incontrare i bisogni con le risorse, le domande con le risposte, infondendo in tutti la fiducia gli uni negli altri. La politica si può paragonare allo stelo di un fiore, che sostiene e alimenta il rinnovato sbocciare dei petali della comunità. (…)

Puoi scaricare il testo integrale dell'intervento cliccando qui sotto.

 
Pagine: 1 2