Desidero condivedere con voi alcune considerazioni e riflessioni, a seguito della proposta/provocazione annunciata ieri dalla Lega Nord: l’introduzione di un esame di lingua regionale per i professori.
Lega Nord che, se da una parte ha il merito di porre le domande giuste, cogliendo alcuni bisogni veri delle persone, sbaglia, a mio avviso, nel dare le risposte, spesso alimentando divisioni e diffidenza.
In particolare, la valorizzazione e la riscoperta del dialetto romagnolo, un tema che mi sta a cuore e su cui mi sono impegnato in questi mesi, non può essere un fattore di divisione; la sua riscoperta può invece costituire, oggi, un arricchimento culturale e sociale per tutti: perché non rappresenta più, come avveniva decenni addietro, un ostacolo alla conoscenza della lingua italiana o di divisione di classe.
Parlare in dialetto significa recuperare le cose semplici e autentiche; il dialetto ci richiama alle cose vere, ed è, in quanto tale, elemento di tradizione, di identità e di unione.
È lo stesso spirito che ha animato la festa “TE AT CHI SIT E’ FIOL?” che riproporremo anche l’anno prossimo.
Più in generale, mi pare che la stessa politica sia, oggi, smarrita e alla ricerca di un senso: ha smarrito la vicinanza con le persone ed è, perciò, letteralmente senza sensi (non sente, non vede, non parla, non annusa, non assapora, non tocca).
Ecco allora che anche dal linguaggio si può e di deve ripartire: recuperando e riscoprendo il nostro dialetto è infatti possibile andare alla radice e in profondità delle cose, abbandonare la superficialità e le semplificazioni in cui viviamo, e riscoprire le cose vere, quelle che uniscono davvero le persone.
Lo stare insieme, l’ospitalità, il calore e l’amicizia sono infatti l’esperienza più caratteristica della nostra terra di Romagna, qualità che l’hanno fatta conoscere ed apprezzare in tutto il mondo.
Tutto questo costituisce un “monito” anche per noi politici: meno politichese, una lingua che i cittadini non capiscono; più dialetto, più vicinanza alle persone, più concretezza nella soluzione dei loro problemi.
In merito, puoi scaricare l'articolo pubblicato su LA VOCE di Romagna, giovedì 30 luglio 2009, cliccando qui sotto.
Ancora una volta, la sfida sembra essere quella tra “continuisti” e “nuovisti”.
In questo modo, il Partito Democratico rischia di perpetuare l’ambiguità che gli ha fatto perdere il contatto con la gente.
Perché sia le vecchie certezze che vengono dalla storia, sia la retorica del “nuovo”, non ci aiutano a tenere i piedi nella realtà e a porci le domande su che cosa deve essere oggi il Pd, su che cosa non ha funzionato e su che cosa si deve cambiare.
All’origine del nostri malanni non ci sono il partito “liquido” o gli apparati e neppure, com’è stato detto, lo statuto e le primarie. Sono le tradizioni e le culture politiche, da cui è derivato il Pd, che hanno perso da tempo solidità e consistenza e che sono oramai inadeguate a interpretare le domande del paese.
Oggi è in discussione la nostra credibilità nel proporre e perseguire davvero politiche “nuove”, e quindi il rapporto di fiducia tra classe dirigente del partito e i suoi elettori.
Ci vogliono, perciò, teste nuove e non solo facce nuove.
Infatti se si punta alla “vocazione maggioritaria”, se si punta cioè ad ampliare l’area del radicamento, e non solo ad allargare l’alleanza, bisogna mettere in discussione la propria identità: il rapporto tra stato e mercato, l’organizzazione dello stato sociale, le relazioni con i sindacati e il rapporto tra politica, singoli cittadini e società civile.
In altre parole, bisogna cambiare. Il punto è proprio questo. Per il Pd è venuto il momento di combattere quella battaglia culturale, anche all’interno del proprio “mondo di riferimento”, che il centrosinistra italiano ha molte volte annunciato, ma non ha mai saputo, potuto o voluto praticare.
Cambiare in profondità significa batterci perché le riforme si facciano e non per bloccarle.
Ma per fare ciò, insisto, bisogna partire dalle domande giuste. Le nuove domande della nostra società a cui, ad esempio, il partito della Lega Nord dà risposte sicuramente sbagliate. Ma giuste, ripeto, sono le domande. E se non cominciamo, anche noi, a porci le domande giuste, le risposte appropriate faticheranno ad arrivare.