Consigliere regionale dell'Emilia-Romagna, Presidente Commissione Politiche Economiche
Assemblea legislativa Regione Emilia-Romagna

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Quali ritieni sia le priorità, per la prossima legislatura, in Emilia-Romagna?

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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Damiano Zoffoli (del 27/06/2009 @ 19:44:53, in BLOG, linkato 166 volte)

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Di Damiano Zoffoli (del 23/06/2009 @ 15:40:55, in BLOG, linkato 141 volte)

"Ma tu con chi ti schieri?"

All’indomani delle elezioni europee e amministrative, è già diventata, in assoluto, la domanda più gettonata fra noi Democratici.

Ma se vogliamo che il congresso di ottobre rappresenti davvero una pietra miliare del percorso della nostra nuova formazione politica non bisogna, a mio avviso, scivolare nel nominalismo. È invece necessario partire dai contenuti: come vogliamo l’Italia tra vent’anni? Quali sono le proposte che ci contraddistinguono come credibile alternativa di governo? Qual’ è la visione di società che abbiamo da offrire ai nostri giovani, per farli tornare a sperare?

Ciò che occorre è mettere insieme vari mondi e varie generazioni e costruire un progetto condiviso attorno ad una nuova proposta culturale, con le politiche necessarie ad attuarla. Attraverso un dibattito costruttivo che metta in luce i nuclei di verità contenuti anche nelle opinioni che non si condividono.

È un percorso indubbiamente in salita, controcorrente.

Richiede di tornare a pensare e di formulare un pensiero politico.

Il discorso politico, infatti, negli ultimi anni, è fortemente influenzato dai tempi e dai ritmi della tv; tende alle frasi ad effetto, che presto diventano solo slogan.

Il dibattito in corso riguarda, in particolare, la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito Democratico. E questo perché è uno dei concetti più ricchi di implicazioni: allude alla legge elettorale, a come si concepiscono le necessarie alleanze e al tipo di organizzazione che si intende far vivere nella società (tesseramento, selezione della leadership, formazione delle candidature e primarie).

Se, infatti, si ragiona in un’ottica proporzionale la maggioranza si raggiunge facendo accordi con altri partiti, dividendosi i rispettivi campi di influenza. Un consenso elettorale del PD attorno al 20/25 per cento può essere sufficiente. Le alleanze diventano più importanti della costruzione di una nuova cultura politica. Da qui discende anche una ben determinata forma di partito, un modello organizzativo caratterizzato dalla tessera e dall’affiliazione esclusiva, con una struttura piramidale basata sulla vocazione “identitaria”, su gruppi dirigenti che cercano la propria affermazione nella relazione “interna” all’organizzazione.

Se si ragiona, invece, in un’ottica maggioritaria diventa essenziale ambire a rappresentare la maggioranza dei cittadini. Non c’è solo il problema delle alleanze tra diversi, ma soprattutto lo sforzo di sviluppare una nuova identità orientata al futuro, caratterizzata dalla ricerca di soluzioni nuove. Si ritiene che avere tra le proprie fila storie diverse desiderose di stare insieme e capaci di darsi regole di convivenza organizzata sia un’opportunità e non una minaccia per la propria identità. Si pensa ad una forma organizzativa centrata sull’impegno a dare voce alla società (gli elettori) e non solo alla propria parte (gli iscritti, i militanti), sulla ricerca di soluzioni valide per la maggioranza e non solo per chi condivide la propria visione delle cose e sul coinvolgimento di risorse dalla società civile. Si mette a punto in maniera più efficace il metodo di selezione dei gruppi dirigenti migliorando e non abbandonando l’esperienza delle primarie. Si costruisce un’organizzazione nuova, a rete, che non vuole dire assenza di organizzazione.

Il Partito Democratico che vogliamo deve essere all’altezza delle risposte che il Paese chiede.

La sconfitta elettorale c’è stata, ed è anche stata pesante. Ma il risultato, a mio avviso, non è tale da mettere in discussione le fondamenta del progetto del PD. Piuttosto, chiede di rilanciare quel progetto e attuarlo fino in fondo.

Dare vita ad un partito riformista audace, fondato su una cultura politica nuova, alternativa al neoliberismo galoppante, in grado di fare sintesi tra le tradizioni politiche che avevano ricostruito la democrazia in Italia dopo il fascismo. Una chiara identità politica e culturale, da costruire attorno ad un ethos comune condiviso, che il Manifesto dei Valori del Partito Democratico ha tracciato sulla carta; avendo contemporaneamente il coraggio di affrontare seriamente il tema del rinnovamento della classe dirigente.

Ridare ideali e idee alla politica, per risalire la china dell’inciviltà, in un Paese smarrito e attratto dall’individualismo, dall’utilitarismo e dall’egoismo imperanti.

Creare una nuova civiltà, che abbia come fondamento il personalismo, il solidarismo e la partecipazione sussidiaria. Principi cardine (ripensati e aggiornati) sui quali concordano e si integrano la cultura umanistica laica e l'insegnamento sociale cristiano; che sono il fondamento della Costituzione della Repubblica Italiana.

Bisogna ripartire da qui, da queste cose, e dallo stare in mezzo alla gente e dentro ai problemi della gente. Lo stesso successo della Lega, anche in Emilia-Romagna, esprime, paradossalmente, oltre a sentimenti di paura e rancore, anche il bisogno di calore: un calore emotivo, prima ancora che politico, di cui la comunità sente la mancanza, in un tempo difficile e inquieto, a fronte di Istituzioni avvertite come insensibili e lontane.

Bisogna essere costruttori di una Politica che vada al cuore delle cose, capace di sfrondare l’esperienza scartocciandola dal superfluo. Una Politica che valorizzare la dimensione più semplice della vita, senza perderne il senso e la sostanza.

Il Partito Democratico deve abbandonare i caminetti con i suoi riti e il suo lessico, e riscoprire, invece, il gusto delle cose essenziali che spesso sono le più vere ed autentiche.

"Ma tu con chi ti schieri?"

Se questa è ancora la domanda, io rispondo che mi schiero dalla parte di questa Politica.

Bologna, 18 giugno 2009

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Di Damiano Zoffoli (del 22/06/2009 @ 12:33:04, in TESTIMONI, linkato 98 volte)

"Costruire la città dell’uomo a misura d’uomo".

(...) Con l’espressione «costruire la città dell’uomo a misura d’uomo», mi sembra più facile cogliere – e aiutare a cogliere – il significato e valore di un impegno cui ogni uomo, in una misura o in un’altra, in un modo o in un altro, in quanto uomo, non può sottrarsi senza diminuire o perdere il senso del proprio essere uomo. Dire, infatti, «città dell’uomo a misura d’uomo», è subito porre l’uomo al suo posto e si può su di esso fissare l’attenzione come su colui dal quale la città prende vita e verso il quale la città è volta come a proprio fine. Perché dico che è porre l’uomo al suo posto? Anzitutto, devo precisare che, quando parlo di «città», non penso solo a quell’aggregato umano che, oggi, per le sue dimensioni di territorio e di popolazione, siamo soliti chiamare con questo nome. Con tale termine intendo ogni aggregato umano: dal primitivo e più piccolo, alla moderna metropoli, all’insieme degli aggregati che formano una nazione, all’insieme delle nazioni che formano l’umanità intesa quale insieme degli uomini legati da qualunque minimo vincolo, espressione della coscienza di una loro relazione in vista della loro solidarietà. Di queste città - nessuna esclusa - è punto di partenza o attore l’uomo. E lo è in quanto irriducibile a essere solo individuo, ma in quanto persona. Infatti, anche un sasso, una pianta, un animale è individuo, ma non persona. Dicendo così non nego che una persona sia individuo, dico che non basta essere individuo per essere persona. Sia sufficiente aggiungere che il concetto di persona implica, nell’individuo, presenza della realtà spirituale (l’anima, diciamo solitamente, per l’uomo) che, per sua natura, è realtà aperta. Realtà per la quale la «relazione con» è componente caratteristica del suo essere e del suo divenire. È attraverso una rete di «relazioni con» che l’uomo si fa uomo, che cresce come uomo. Si tratta della «relazione con» che, sul piano orizzontale, va da quella familiare, nella quale si colloca la sua origine, a quella che, per cerchi e intrecci vari, tocca l’orizzonte dell’umanità, e, sul piano verticale, quella con il mondo sovrumano della trascendenza e con il mondo subumano. È proprio questo processo di relazionalità, che parte dall’uomo e mira all’uomo, che vuol mettere in luce l’espressione «città dell’uomo a misura d’uomo». (...)

Giuseppe Lazzati è stato senza dubbio una delle figure più autorevoli del laicato cattolico italiano del Novecento. Professore a lungo impegnato nella realtà ecclesiale e culturale italiana, uomo fedele nel servizio alla Chiesa, ma libero, ha mostrato per l’intero corso della sua vita uno straordinario carisma di educatore di coscienze giovanili. In lui fu costante la tensione, unita al fattivo impegno, per una crescita dei laici cristiani in “maturità”, cioè in consapevolezza della propria vocazione, da interpretare innanzitutto come dedizione responsabile e competente alle “realtà temporali” (famiglia, lavoro, cultura, politica, ...), per "ordinarle secondo Dio" (Lumen Gentium, 31). Non esitò, da ufficiale degli Alpini, a rifiutare le compromissioni con la Repubblica Sociale Italiana, ben conoscendo il prezzo da pagare per una simile scelta: la deportazione nei lager tedeschi. La molteplicità dei compiti da lui svolti (dall’insegnamento universitario di Letteratura Cristiana Antica, all’attività politica - fu membro dell’Assemblea Costituente e parlamentare nella prima legislatura -; dalla direzione del quotidiano cattolico "L’Italia" alla carica di Rettore dell’Università Cattolica) può essere unificata intorno a un’idea conduttrice, via via precisatasi nell’articolazione dei suoi significati e implicanze: il servizio, pur sotto diverse forme, all’edificazione della città dell’uomo, a misura d’uomo. Per questo gravoso, ma affascinante impegno, Lazzati reputava indispensabile il ruolo dei laici cristiani, ruolo da assolvere, fra l’altro, in ossequio ai criteri di laicità e di dialogo nel pluralismo. Ricordare, a cento anni dalla nascita, la figura e la lezione lazzatiana significa confrontarsi con l’eredità di una testimonianza e di un pensiero in grado ancora oggi d’illuminare evangelicamente il cammino del laicato e, più in generale, della comunità ecclesiale, sempre insidiato dallo spirito di adattamento alle logiche mondane del potere, dell’avere, del piacere.

Puoi scaricare il testo "FARE POLITICA DA CRISTIANI OGGI" cliccando qui sotto.

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